Questa ve la devo proprio raccontare, perché per me è stata troppo bella. Di ritorno da un viaggio in Giappone per lavoro, controllo della sicurezza all’aeroportodi Tokyo. Tutto normale, tutto di routine, sembrava, quando all’improvviso vedo una grande confusione, con polizia e addetti dell’aeroporto in pieno assetto di guerra, e altra gente che arrivava da fuori.

Nel vocio generale non si riusciva a capire niente. Chiaramente, tutti presi da quanto era successo e incuriositi dal parapiglia, anche noi di passaggio cerchiamo di saperne di più, facendo domande in giro. Sembrava che un turista avesse in valigia un vero e proprio arsenale di coltelli e pistole, katane e non so che altro, e che con questo stesse cercando di passare i varchi della sicurezza.  Un folle, di sicuro. Provare a fare questo in Giappone vuole dire essere torturati a morte…

Passa una mezz’ora, poi un’ora. Noi che si doveva salire in aereo per Roma siamo sempre lì, in paziente attesa, ma qualcuno inizia a lamentarsi del trattamento. Anche perché l’ora di partenza dell’aereo si sta avvicinando, e il terrore di perderlo c’è sempre e comunque.

Ma alla fine vediamo che la fila comincia di nuovo a muoversi, e poco alla volta riusciamo a entrare tutti nella sala partenze.  L’aereo doveva partire nel giro di mezz’ora, quindi non facciamo in tempo a sederci che già ci chiamano per il controllo documenti. Alla fine, perciò, nessun grosso ritardo se non un minor tempo di attesa da seduto.

La società mi aveva prenotato un business class con Air France e io avevo intenzione di godermela davvero, con un bel film e un drink e magari anche il libro che fino a quel momento non ero neppure riuscito ad aprire. Ma appena trovo il mio posto mi accorgo che accanto a me c’è un tipo dall’aria piuttosto mogia e abbattuta, con la giacca tutta stazzonata e anche un bel livido sul mento.

Ci mancava anche il rissoso, penso tra me. Faccio un sorrisetto e un cenno col capo e mi dispongo al decollo. Che per me, soffrendo il mal d’aria e avendo paura di volare, vuol dire chiudere gli occhi e cercare di non pensare a niente.  Ma il tipo accanto a me non era dello stesso avviso.

Allungandosi per tirarmi la manica della camicia, mi fa: “psss, psss!”. Apro un occhio e lo guardo: davvero messo male. “Che c’è?”  gli dico.

“Senta”, mi fa. “Può non crederlo, ma io pensavo che non li vedessero.”

“Cosa, scusi?”

“I coltelli!” Risponde tranquillo. Vedendo la mia espressione, sorride con aria di scusa. “Sono io, vede, quello che è stato malmenato all’aeroporto!”

“Ah!”, faccio io, molto poco incoraggiante.

“Ma scusi, era solo un set di coltelli in ceramica, una decina, mi pare… La ceramica mica la dovrebbe rivelare, no, il metal detector… E invece mi hanno fatto aprire la borsa.”

“Mi vuol dire che lei aveva coltelli in ceramica nel bagaglio a mano?” A quel punto ero veramente divertito.

“Ma che vuole, mia moglie ci teneva tanto che glieli prendessi, originali giapponesi. Prima qualità, sa? In fin dei conti, quante storie per un po’ di coltelli…”